Dell’essere avvezzi o meno

io-alle-shetland
Questa foto non c’entra nulla con lo scritto. Semplicemente mi ricorda che anche quando sono sola non sono mai sola e che mi mancano le Shetland.

Non andavo allo stadio dal giorno dell’ultimo derby: correva l’undici dicembre duemilasedici e da allora sono passati ottocentoquattro oppure quarantanove giorni, a seconda che si parli di tempo LaZilvico o normale.

Invece di prendere il bus e basta, io e il mio prode compagno di stadio (nonché figlio primogenito) abbiamo deciso di puntare sull’accoppiata metro più bus.

Ottima decisione: usciti dalla metro e in procinto di attraversare la strada per raggiungere la fermata del bus siamo stati avvicinati da un bel signore di una certa età, che ci ha squadrati per bene ed ha espresso, con voce stentorea, il suo pensiero: “Questa dobbiamo vincerla, eh?”

Il tempo di scambiare qualche parola e tra un “Forza Toro” e un “Forza Toro sempre” ci siamo salutati.

Ripreso il percorso, scesi dal bus ci siamo avvicendati sulle poche decine di metri che ci separavano da Piazzale Grande Torino. Quasi lì giunti e nell’atto di attraversare la strada abbiamo ricevuto da una madamìn, che andava in senso inverso rispetto al nostro, un sorriso e un “Forza Toro”: entrambi gratis.

Ottocentoquattro oppure quarantanove giorni corrispondono a circa un eone: ci tengo a precisarlo per coloro che non fossero avvezzi alla matematica.

Prima di entrare nello stadio mi è capitato di parlare con una persona ferita da una perdita recente e, essendo pure io persona ferita da una perdita (un po’ meno) recente, si è verificato un momento di tenerezza.

Le persone ferite da perdite (più o meno) recenti hanno bisogno di tenerezza: ci tengo a precisarlo per coloro che non fossero avvezzi ai sentimenti.

Ciò ha dato il la ad un lungo discorso con mio figlio relativamente alla morte del mio papà. È stato liberatorio per entrambi ed abbiamo anche finito per ridere ricordando quella voce così calda e speciale in occasione di imprecazioni ma anche no.

Le persone che imprecano sanno anche – e forse più spesso – dire e dare la dolcezza che tutto rende più lieve: ci tengo a dirlo per coloro che si fermassero, spinti dall’irresistibile bisogno di giudicare, alle imprecazioni. Oh, be’… mica siamo tutti avvezzi ad apprezzare le diversità, néh?

La partita… vabbe’, lasciamo perdere: va bene?

Dopo la partita c’è stato il saluto a Vives (grazie, Peppino, grazie) ma io sono uscita per evitare di parteciparvi: mal sopporto gli addii ultimamente.

Lo stadio chiamava Peppino e noi percorrevamo lo spazio che porta verso il Piazzale Grande Torino.

Davide ha esitato un attimo.

“Che succede, Davide?”

“No, pensavo… lascia stare, andiamo.”

E ho capito.

“Corri, ti aspetto qui, corri!”

L’ho visto correre fulmineo su per la scala per andare a salutare Vives. Mio malgrado – avevo le gambe irrigidite dal freddo – l’ho lentamente seguito e raggiunto.

Gli ho accarezzato la schiena, lui si è voltato e infine siamo usciti.

Infreddoliti dall’inverno, delusi dalla prestazione della squadra, arrabbiati perché chi dovrebbe provvedere non provvede, rasserenati dall’aver guadagnato senza sforzo alcuno tenerezza ed emozioni.

Mi tengo il guadagno, via: la vita è bella.

Questo brano si intitola “Baby, Come On Home” ed ha lo stesso profumo dei tempi migliori: lo ascolto con il cuore aperto in attesa del loro ritorno. Il resto è fuffa¹.


¹ Vogliano scusarmi i pensatori più pensatori di me se quando faccio i miei pensierini utilizzo solo ed esclusivamente il mio sentire e tutto ciò che la vita – che è bella, ripeto – mi ha dato e mi ha pesantemente e bastardamente tolto (e non mi riferisco solo alla morte di mio padre): non sono avvezza a far altro che rispettare l’altrui pensiero e contestualmente essere inesorabilmente me.

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