Robert.

Suppergiù metà marzo

– Ciao, Baby, ti disturbo?
– Ciao, Babe, no, figurati…

Una delle tante telefonate in pausa pranzo. Mi racconta dei prossimi concerti a cui assisterà.

– …e poi a luglio vado a vedere Robert Plant ad Assago.
– Dai! Voglio venire anche io. Posso venire anche io? Posso? Eh? Mi porti?
– Sì, dai… prendo il biglietto anche per te, allora.
– Madoi!!! Grazie! Graziegraziegrazie!

Nelle settimane a seguire

Prenotiamo l’hotel in cui dormire dopo il concerto, iniziamo a dare un’occhiata ai treni, ci vediamo per la consegna del biglietto e dal momento in cui il cartoncino giallo entra in mio possesso divento ancora più compulsivo-ossessiva del solito: controllo che sia al suo posto un’undicina di volte al giorno.

Ogni tanto me ne dimentico, ma aprendo il portafoglio un angolino giallo occhieggia e mi fa da memento
.

Speriamo che non succeda nulla di strano nel frattempo, speriamo che vada tutto bene, speriamo che il 20 luglio arrivi presto, speriamo di poterlo raccontare, speriamo un sacco di cose.

Cose che racchiudono quarant’anni di amore e odio per Robert Anthony Plant aka Percy.

Odio infinito per le stronzate che di quando in quando scaraventa nel mondo tramite interviste, amore infinito per le emozioni che mi regala ogni stramaledetta fottuta volta in cui lo ascolto cantare.

Il pacco? I riccioli? Sovrastrutture.

La sua voce, quella cazzo di VOCE.

Forse il Blues è stato inventato (anche) perché quella voce potesse venire al mondo.

Una sera al pub, credo intorno alla fine di maggio

Paolo (Baby), Sara e io (Babe).

– Hey, Baby, inizia a mancare poco al concerto di Percy!
– Babe, poco? Due mesi!
– No, scusate… che cosa avete detto?

Questa è la domanda di Sara.

– Vieni anche tu?

Questa è la mia risposta.

Il giorno dopo Sara compra il biglietto, il giorno dopo saremo in tre a proiettarci verso un concerto che è solo un concerto ma non è solo un concerto.
Anche Sara prenota l’hotel: non ci rimane che aspettare.

Un’altra sera al pub, poco dopo la metà di giugno

Baby e Babe vanno al pub e decidono di iniziare a guardare gli orari dei treni.

Decidiamo quali treni prendere e, ovviamente, la app di Trenitalia si impalla in continuazione.

Salgono santi e cherubini dalle ugole ai cieli e, dopo innumerevoli tentativi, anche i biglietti del treno sono in saccoccia.

C’è solo da aspettare.

Il senso dell’attesa è come una sorta di settimo senso: ottenebra o esalta a seconda dei casi; nel nostro caso si trattava di pura esaltazione.

Il giorno prima

– Domani è domani.

Continuavo a ripeterlo ad ogni istante a voce alta con chiunque mi capitasse a tiro.

È importante sapere di avere un domani, è tanto importante… ora più che mai per motivi miei personali che non sto a raccontare perché strettamente interlacciati con un’attesa ottenebrante…

Ci sono momenti in cui è necessario essere forti, essere fermi, essere saldi, usare tutte le forze a disposizione e anche qualcuna in più per conservare la propria integrità, per non venire schiacciati, per trovare ancora un senso, per… ooooooooh, eccheccazzo: “Domani è domani: vado al concerto di Robert Plant!”.

Venti luglio duemilasedici

Il caldo porco è più suino del solito, ma con britannica disinvoltura mi dirigo verso Porta Susa completamente vestita di nero.

Sulla t-shirt campeggia il simbolo

perché vado a vederesentire Robert ma il mio Jimmy viene con me.

Saliamo sul treno, che porta un ritardo di tot minuti (ma va là?), durante il viaggio ridiamo molto, arriviamo a Milano, prendiamo la metro, arriviamo ad Assago, ci sistemiamo in hotel e poi inizia l’avventura.

Ceniamo – in verità io spilucco un tiramisù e basta perché ho lo stomaco stretto per l’emozione – e poi si va verso l’ingresso. Controllo borse, strappo biglietto, ci mettiamo qui? No, magari ci mettiamo lì, sì, dai, lì è perfetto.

Siamo a 10-15 metri dal palco, ho la macchina fotografica nuova, non la conosco ancora bene, spero di riuscire a fotografarLO decentemente, spero che non mi parta un ignobile loop di pensieri del tipo “peròcazzoperchèèmortobonzononègiustoperòpotrestitrovareunaccordoconJimmyJonesyeJasonefarecose”, spero che ‘ste stramaledette zanzare decidano di togliere il disturbo, spero che… oh, cazzo, eccolo! Eccolo lì! Ma allora è vero!!!

Oh, Robert… il tempo non è stato per nulla gentile con il tuo bel volto, ma non ha potuto far nulla per toccare la tua voce e nel giro di due o tre brani, durante i quali ogni tanto stenti qua e là, quel suono, quel SUONO tutto tuo, tutto mio, tutto nostro, diventa velluto, fuoco, pioggia, brezza, e quando arriva il momento di Babe, I’m Gonna Leave You sei pienamente padrone di te e di – per me – quarant’anni di emozioni.

Forse – penso, ascoltandoti – sei più Golden God oggi di allora.

Forse.

Non lo so.

Chissenefrega.

Ti diverti, Percy.

Si vede in ogni tua mossa NON studiata, si vede in ogni tua mossa TOTALMENTE studiata, si vede da quando strizzi gli occhi per raggiungere una nota più acuta delle altre, si vede dai tuoi sorrisi.

Anche io sorrido, sorrido tanto, sorrido soprattutto quando Giulia mi scrive: “Mi dispiace, biondina, la gara la vince la mamma :)”… un punto a favore per il mio orgoglio di ricciuta, un momento di tenerezza mentre sto realizzando un mio sogno.

Ma come?!? Sto a leggere i messaggi sul cellulare durante il concerto del Golden God?!?

Sì.

Mi sarebbe parso brutto non condividere un momento così IMPORTANTE per me con le persone che amo.

E tu canti.

Continui a cantare, a saltare, a giochicchiare con tamburelli di varie fogge, a sorridere.

Da un lato vorrei che questo concerto non finisse mai, dall’altro non vedo l’ora che finisca per poterlo rivedere e risentire dentro di me migliaia di altre volte e per ricordarmi della mia felicità nel momento in cui il concerto si svolgeva.

Amo ricordare i ricordi belli: mi mettono di fronte a momenti felici quando essere felice diventa difficile.

È come fare scorta di cibo per l’inverno.

E poi il concerto finisce, finisce per davvero.

Paolo, Sara e io ci abbracciamo felici e poi facciamo un po’ i pirla.

Ci avviamo verso l’uscita e non riusciamo a dire altro se non: “BRAVO, porco dirigibile, CHE BRAVO!”

Ci sono momenti in cui tutto sembra avere un senso e allora mi lascio andare (anche) a questa emozione: eccheccazzo, non posso essere sempresempresempre ipercontrollata e padrona di me e delle mie emozioni

Mi volto per un attimo a guardare il palco con le luci spente e poi scrollo le spalle, felice.

Poco più in là in cielo c’è Lei.

Ci sono momenti in cui tutto sembra avere un senso.

* * * * * * * * * * *

La scaletta del concerto di Robert Plant and the Sensational Space Shifters del venti luglio duemilasedici:

– Turn It Up
– Black Dog
– Rainbow
– What Is and What Should Never Be
– No Place To Go / Dazed and Confused
– All the King’s Horses
– Babe, I’m Gonna Leave You
– Unknown (hanno improvvisato di bbbrutto)
– Funny In My Mind (I Believe I’m Fixin’ to Die)
– I Just Want to Make Love to You / Whole Lotta Love / Hey Bo Diddley
Encore
– Rock and Roll
– Going to California

* * * * * * * * * * *

Foto fatte da me.

Io c’ero.

Finalmente.

* * * * * * * * * * *

Un ringraziamento ENORME a Paolo e Sara, che hanno condiviso tutto questo con me.

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3 risposte a "Robert."

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