Entrambi avevano due cuori che battevano nel petto

Il confine visibile di uno dei miei due cuori

Domenica 26 gennaio

“Siamo sesti!” Ha gridato Davide-figlio, abbracciandomi.
“Ahia!” Ho detto mentre mi stringeva con la sua forza adolescenziale ormai sovrastantemi.
“Scusa, mamma…” Mi ha risposto.
“E di che, ciccio? Ho solo messo un po’ male il collo…”

Lunedì 27 gennaio

Cammino pel mondo e non sorrido solo quando i crampi alle guance si fanno fastidiosi.

Martedì 28 gennaio

Cazzo, ‘sti crampi alle guance sono proprio fastidiosi: si impossessano anche del collo. Che roba strana.

Mercoledì 29 gennaio

Imbraccio la guitarra, strimpello per tre minuti tre, ma c’è qualcosa che non va: mi sento scomoda, non trovo la posizione, sono rigida come un blocco di marmo e provo fastidio per qualunque cosa. Ripongo la guitarra nel suo cantuccio e sento un lento ribollire di nervoso dentro.

Giovedì 30 gennaio

Dopo una notte infame, mi alzo dal letto a fatica con il collo bloccato e dolente.
Non riesco a fargli fare nessun movimento senza vedere stelle o evocare in malo modo divinità dimenticate da millenni.
La giornata in ufficio è da delirio… è tutto difficile: stare seduta, parlare, scrivere, digitare, respirare.
Inizia la danza degli antidolorifici e degli antinfiammatori: qualche cosa faranno, no?

Venerdì 31 gennaio

Notte ancora più infame, ma reggo botta.
Le divinità summenzionate chiamano a raccolta colleghi e parenti dandosi di gomito: “Hey! Venite! C’è una tizia che si ricorda di noi! È spassosissima!”
Aggiungo un miorilassante bbbomba: visto che antidolorifici e antinfiammatori non hanno fatto quasi nulla, qualcosa farà, no?
No.

Sabato 1° febbraio

Rimango a letto per tutto il giorno: sono un groviglio di dolori e lacrime, non ho neppure voglia di vedere la partita.
Poco prima del fischio d’inizio, il marito milanista – mosso a pietà – predispone affinché io possa vedere il match dal mio giaciglio: che ammmore! Che ammmore sì, però diventa Il Nemico per l’ora e mezza successiva.
Dopo qualche minuto chiamo la Stefi e deduco che dev’essere di nuovo cambiata la costante gravitazionale dell’universo.
Essa esclama: “Cazzo! È calcio d’angolo! Non è calcio d’angolo, Silvia?”
Io rispondo: “Ma che cazzo dici? Siamo a centrocampo…”
Il mio mononeurone esclama: “DING DONG!”
Chiedo alla Stefi: “Scusa… che minuto segna il cronometro sulla tua TV?”
La Stefi, non capendo ancora il senso della mia domanda, dice: “Al 13°…”
Io esplodo: “Nooooooooooooooo!!! Io sono ancora al 12°! Noooooooooooo! Vattene, vattene via! Lasciami sola nel mio tempo che deve ancora arrivare al tuo tempo!”
Stiamo guardando la partita con due gestori diversi: maledizione.
Ci congediamo e, mentre seguo il flusso del mio tempo, sento un leggero tramestio nella zona casalinga televisiva, dove scorrono le immagini della partita che per me è ‘la partita che sarà’ e non ‘la partita in corso’ (stesso gestore della Stefi…).
Sento un leggero tramestio, appunto, e i passi di Davide che si avvicinano.
“Mamma…”
“Che cosa succede? Ha segnato il Toro? Parla! Io sono indietro di un minuto! Parla! Ha segnato il Toro? Parla!”
E mentre lui sorride vedo Immobile farsi Quinto Elemento della Natura e GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOL!!!!
Quel che segue dopo è orgoglio e confusione: orgoglio soprattutto per Capitan Glik che, nonostante un calcio nelle palle e uno in faccia, non tarantola più di tanto e si rialza per combattere come sempre, confusione perché ho sonno e dopo un po’ appoggio il PC sul materasso e ciao berta.
Mi sveglio per qualche attimo quando il consorte entra in camera.
“Com’è finita la partita?”
“Ha vinto il Milan per 4 a 1.”
“Non è vero.”
“1 a 1, tranquilla.”
“Tranquilla, ‘sta cippa: mi sta salendo di nuovo il male.”
Mi riaddormento, ma dopo un po’ mi sembra di avere un rave party sul collo: vado a piangere un po’ in cucina, così non disturbo nessuno ed è

Domenica 2 febbraio

È domenica 2 febbraio e non ce la faccio più: vado al PS all’alba.
Vengo visitata subito e poi dimessa: microtrauma a carico dell’ultima vertebra cervicale e della prima dorsale.
Apperò.

Lunedì 3 febbraio

Faccio chiamate, sento gente, decido: chiamo l’Istituto di Medicina dello Sport, fisso la visita fisiatrica per il mercoledì.
Sono spossata dal dolore e dalla nausea.
– Davide… non so mica se ce la faccio ad andare allo stadio domenica… ci vai da solo?
– Sì, mamma, tanto ormai conosco la strada.
Lui conosce la strada, lui si aggira sicuro per la vita, io però preferisco affidarlo – con il suo consenso – a qualcuno.
– Paolo, forse Davide domenica viene da solo alla partita: gli dai un’occhiata tu?
– Ma certo!
Dea, che bello il mio Clan.
Faccio la stessa richiesta anche a Davide-amico e mi risponde nello stesso modo (non avevo dubbi in merito).
Dea, che bella la mia Famiglia.

Martedì 4 febbraio

Vado in ufficio.
Il viaggio in metro è il Male: ogni sussulto provoca un improperio.
Anche il solito e assurdo incontro casuale è fonte di improperi.
Da due giorni non ascolto musica, due giorni senza i LZ… ‘na tragggedia, insomma.
Appoggio le terga sul seggiolino, metto le cuffie, l’iPod mi propone “Whole Lotta Love”, alzo il volume al massimo, le mie vertebre fruste sembrano giovarne, chiudo gli occhi, entro in un’altra dimensione.
Ci entra anche la tizia seduta di fronte a me che, toccandomi un braccio per richiamare la mia attenzione, entra di prepotenza nella mia bolla prossemica.
“Sì?” Le dico.
“Lo sa che lei ascolta musica demoniaca?” Mi dice.
“Certo!” Le dico.
“Pregherò per lei!” Mi dice.
“Va bene!” Le dico.
Risistemo le cuffie: mi ha fatto perdere la parte col theremin.
La guardo con occhi kativi.
Torna a rifugiarsi nel suo breviario.
Ma non poteva rimanerci, sul suo breviario, senza rompermi le gonadi?
Vabbe’.
Passa la giornata, tornare a casa e potermi stendere sul letto è il Paradiso anche se, devo ammetterlo, il male non è più martellante come prima.
Quando è ora di andare a dormire, entro pigramente in camera ma, da dietro il letto sbuca inaspettatamente Giulia che urla BU!
Non mi viene un infarto per puro miracolo e, nel sobbalzare, muovo male il collo: il dolore è di nuovo abbbestia.
Cazzio Giulia ma poi mi viene da ridere e pace in terra agli uomini e alle donne di buona volontà.

Mercoledì 5 febbraio

Il giorno della visita fisiatrica.
Dentro allo stadio.
Che palle… sono sempre qui.
Dalla visita si evince che le vertebre interessate sono tre e non due e che con un tot di sedute di varia fisioterapia ritornerò ad essere semplicemente un rottame e non un rottame malandato: hip hip urrà.
Torno a casa ancora dolente e la sarò ancora per un po’, ma quanto meno il cuore è più lieve anche perché, al termine della visita…
– Dottore, ancora una cosa…
– Mi dica.
– Domenica posso andare/venire allo stadio?
– Solo se si mette un bello sciarpone intorno al collo.
– Lo faccio sempre!
– Bene… e dica a suo figlio di andarci piano la prossima volta!
Ci congediamo stringendoci le mani e via a vele spiegate.

Puff puff pant pant: cronaca di una settimana e un pezzetto.
Morale della favola: la sfango anche questa volta anche se… zio cane, che male.

Nota a margine: Entrambi avevano due cuori che battevano nel petto

Un’ultima considerazione su chi, come mio figlio e me, si trova talvolta in bilico fra una passione e l’altra.
Mio figlio non è solo tifoso del Toro, mio figlio è anche tifoso del Milan.
Ha fatto la scelta personale di stare dalla parte della mamma E ANCHE del papà.
Il fatto che si esprima mooooooolto più frequentemente sulla base del vocabolario granata dipende dai suoi movimenti animici e io non ci metto becco: lo guardo crescere e lo lascio essere così com’è… è quasi inebriante avere la possibilità di veder crescere una persona.
E lui cresce bene, cresce sereno, cresce con i suoi due cuori, uno granata e l’altro rossonero: sono tanto orgogliosa di lui. Granaticamente parlando, il mio orgoglio si è fatto pavonismo quando, durante Toro-Milan dello scorso campionato e di quello in corso, il cuore rossonero è rimasto del tutto dormiente.
Sento di comprenderlo, sento di capire come si sente in questa sua strana serenità di non essere apparentemente né carne né pesce e di sapere, nei suoi cuori, chi è: la consapevolezza è importante.
Sento di comprenderlo, sento di capire come si sente, perché anche io ho due cuori che battono nel petto e uno di essi è totalmente inglese e quando mi accade di tornare in Albione il cuore tricolore si riposa un po’ e lascia che sia l’altro a prendere il sopravvento.
Senza lottare, senza sgomitare, senza far casino.
In pace e in armonia.
Quando qualcuno parlerà di Davide e di me al passato, dirà: “Entrambi avevano due cuori che battevano nel petto.”
Ma ciò accadrà fra circa otto secoli, quindi la finisco qui e sento una roba che mi piace tanto tanto tanto.
A fare headbanging pensateci voi: io ho troppo male.

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