Voltare pagina


Perché tutto cambi, tutto deve rimanere com’è

Ho già tolto i vinili dagli scaffali, li ho messi negli scatoloni imbottiti: non vorrei mai che si facessero male, ho staccato le foto dalle pareti, ho tolto le tende granata dai finestroni (cavoli, non mi ero mai accorta che fossero così grandi…) e dal lucernario, due amici mi hanno aiutata a rimuovere il Pentacolo dal centro del pavimento.
Devo solo impacchettare il bollitore e le mugs ed è fatta: volterò pagina.
Volterò pagina per l’ennesima volta.
Con un dolore a livello di muscolo cardiaco che fatico a contenere e, al contempo, un senso di sollievo che non ricordavo mi appartenesse, ma nonostante tutto prevale il senso di ‘lutto’ che accompagna tutti gli addii.
Mi guardo intorno: le pareti e gli scaffali vuoti e le finestre da cui entra la luce molesta parlano di me al passato, non riesco a trattenere un sospiro, che è quasi un gemito.
“Dea… mi sembra di essere ad una partita del Toraaaaaaaaaaaaaaaaaaah!” Grido sobbalzando: qualcuno o qualcosa – un’entità particolarmente maligna, forse? – mi si è posata su una clavicola.
Mi volto: è Sagliets e mi ha appena dato una pacca amichevole su una spalla.
“Ciccio… che cosa fai qui? E perché diavolo sei entrato così di soppiatto? Mi hai fatto prendere un colpo…”
“Ma smettila, befana… con tutte le creature dell’Aldilà e di altri Universi che ho visto passare da queste parti, non posso averti spaventata…”
“Hai ragione, ma…”
“Ma?”
“Ma mi sento vulnerabile, SONO vulnerabile: tutta questa luce mi abbaglia e non riesco a concentrarmi come dovrei…” Ho gli occhi pieni di lacrime, ma crepa se ne lascerò fuggire una: sono una dura, io.
“Tsk… sei sicura di aver fatto la scelta giusta, Silvietta?”
“Sono sicura di aver fatto una scelta, Mauretti… quante volte ti ho detto di lasciar da parte gli aggettivi?”
“Mi mancherai.”
“Lo so.”
“Vuoi smetterla?”
“Eh?”
“No, niente ciuppa… ti sto chiedendo solo perché non la smetti.”
“Di fare che cosa, sant’uomo?”
“Di torturarti. Di reggere il mondo sulle tue spalle, Jude. Di essere così rigida.”
“Non so essere diversa da come sono…”
“Balle… ormai ti conosco da troppo tempo, Silvietta… continui a rimanere un mistero per certi versi, ma per altri… be’, grazie per avermi fatto conoscere parte di te…”
“Ou, guarda che sono ancora viva… sembra che tu stia recitando l’orazione funebre durante l’estremo saluto a me medesima… a proposito: niente fiori, né opere di bene, mi raccomando…”
“Ma quanto sei scema…”
“Scema io? Be’… quanto basta per sopravvivere…”
“Non fare la tragica, ora, dai. Ho sempre ammirato la tua vitalità e il tuo spirito di reazione.”
“Davvero? Grazie…”
“Molliamola lì, però… hai voglia di farmi un ultimo tea?”
“Volentieri.”
Metto su il bollitore, dopo pochi minuti, durante i quali rimaniamo in silenzio, fischia; verso l’acqua nelle mugs, intingo le bustine di Earl Grey, aspettiamo il giusto, ci sediamo per terra a gambe incrociate a sorseggiare la magica bevanda che ogni magone cura.
Dalle finestre vedo una piccola falce di Luna, è quasi impercettibile.
“Guardala, Sagliets: non è bellissima?”
“Prometti che non ci perderemo di vista?”
“Solo se prometti che ti ricorderai di me finché sarò viva, perché quando sarò morta… sarò morta e non saprò di essere morta. Quando sarò morta non saprò più nulla. Non saprò né il bene né il male. Non saprò neppure il Toro. Non saprò i Led Zeppelin. Non saprò. Non sarò. E non essere è piuttosto impegnativo. Tanto da morti quanto da vivi.”
“Uh, che allegria…”
“Embe’? Sono una creatura delle tenebre, ciccio, che cosa ci posso fare?”
“Ormai nulla, megera…”
Non riusciamo neppure a scherzare.
Mi sento un po’ in colpa nei suoi confronti: è stato lui che mi ha spinta a scrivere, è lui che mi ha aiutato a superare la mia naturale (e spesso non creduta) timidezza, è lui che… Sagliets è il mio Mentore. All’inizio Mauro mi chiamava Tamarindore, quando lo chiamavo Mentore: che scemo.
Mi alzo faticosamente, il mio quasi mezzo secolo rimane incagliato nelle ginocchia, ma poco per volta risorgo dal pavimento.
“Andiamo, Sagliets: mi aiuti a chiudere la porta?”
“No, non ti aiuto, però ti accompagno.”
Ci dirigiamo per l’ultima volta verso la porta del mio santa sanctorum, l’apriamo insieme.
Mi volto per un ultimo sguardo al mio antro e inspiro a fondo.
Sto per chiudere la porta ma… “Silvia, non stai dimenticando qualcosa?”
“Non credo… domani verranno i ragazzi a prendere i miei scatoloni, ho radunato tutto…”
“Hai dimenticato il bollitore e le mugs…”
“Dimenticate? No, io non dimentico mai nulla, lo sai… te li regalo: bollitore, mugs, bustine di tea.”
“Ma… perché?”
“Per non essere dimenticata. E anche perché, magari, è la volta buona che impari a fare un tea decente, capra.”
“Anche io ti voglio bene, megera.”
Ci abbracciamo forte, come quelle rare volte in cui ci è accaduto di fare dopo una vittoria del Toro (rarità dipendente dal Toro, ça va sans dire), usciamo e chiudiamo la porta.
“Che cosa farai adesso, Silvietta?”
“Boh, continuerò a fare quello che so fare: suonare la chitarra, curare i mali delle anime altrui, scrivere di Toro.”
“Continuerai a scrivere di Toro?”
“Sì.”
“A presto, allora.”
“Sì. Grazie, Mentore.”
“Grazie a te, Tamarindore.”

* * * * * * * * * * *

Ogni tanto intraprendo nuovi viaggi.

Guardo indietro e mi accomodo nella gratitudine, la mia gratitudine verso chi ha creduto in me e con me.
Amo viaggiare in compagnia, ma è tempo – ora – di viaggiare da sola.
Forse sola rimarrò per sempre, ma PER SEMPRE è anche il mio Amore per il Toro.
Io mi chiamo Silvia e sono del Toro, il resto è ancora tutto da scrivere.
Il numero di occhi che leggeranno non ha rilevanza, non può averne quando sento continuamente intorno a me il battito di tanti cuori che, come il mio, si rinnovano continuamente a dispetto delle stagioni amare da accantonare fra i ricordi.
Questo è il mio nuovo viaggio e gli dedico “Thank You” (Led Zeppelin II, brano di chiusura del primo lato).

THANK YOU

Dedico “Thank You” a chi è stato dimenticato e accantonato.
Dedico “Thank You” a chi c’era sempre e a chi c’era a singhiozzo.
Dedico “Thank You” a chi si è tolto dalle balle.
Dedico “Thank You” al Toro, senza il quale non avrei mai avuto la necessaria spinta per guardare più a fondo negli occhi di chi vive il mio stesso Amore.

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