E com’era finita?

C’è.

Qualche anno dopo.

Esita.
Non dev’essere facile per lui.
Non lo è per me, per me che sono abituata.
Io sono abituata ad essere me stessa, lui… oh be’, mi ama, lo sento, mi ama, pur tuttavia… forse a volte gli piacerebbe avere una mamma meno hippy, meno strega, meno testarda, meno… meno.
Esita, ma poi apre la porta.
“Cavoli, mamma! Com’è pesante! E… ooooooh…” Gli si mozza il fiato, proprio come la prima volta in cui lo avevo portato in Maratona.
Quanto tempo è passato da allora? Così tanto che non ricordo quasi più il risultato finale…

Sabato mattina, il giorno prima del derby.

“Bambini! Bambiniiiiiiiiiii!!! Andiamo alla Sisport a dare la carica ai Ragazzi?”
“Sìììììììììììììììììììììììììììììììì!!!”
Ci prepariamo, ci vestiamo di Granata, andiamo alla fermata del bus.
Arrivano due ragazzini. Uno dei due, avrà 16-17 anni, mi dice: “Forza Toro.”
“Sempre!” Rispondo.
Ci studiamo un po’ e poi si esprime: “Io sono della Giuve, ma vi invidio. Invidio la vostra tifoseria: voi ci siete sempre, noi… noi no.”
Mi guardo intorno: che cos’è? Uno scherzo? No. Snocciola lodi su di noi. Arriva il bus. Ciao, ciao.

“Allora? Che cosa ne dici?”
“Mamma… è bellissimo… è così…”
“Così?”
“Granata…”
Non riesco a nascondere un sorriso di compiacimento: Sagliets ha fatto quello che gli avevo chiesto di fare e cioè coprire il lucernario con il drappo Granata. Fa sempre un certo effetto intravedere i raggi del sole che non riescono a penetrare quel colore.
“Oh be’, ciccio, potevi immaginare qualcosa di diverso?”
“No, mi sembra di tornare indietro nel tempo, mamma… ti ricordi quando mi hai portato in Maratona per la prima volta?”
“Ci ho pensato quando ho visto la tua espressione di meraviglia…”

Davanti alla Sisport si sta radunando la Grande Famiglia, lentamente, sempre più sonora.
Un signore mi passa accanto, porta una bici a mano.
“Che cosa succede?” Mi chiede con accento napoletano, rotondo e musicale.
“Domani c’è il derby! Siamo venuti a caricare la Squadra!”
“Le voglio raccontare una cosa… io sono napoletano e tifo per il Napoli, anche se non mi interesso più di tanto… però il Toro mi è sempre stato simpatico.”
“Eh… lo so: il Toro sta simpatico, è la nostra benedizione ed anche la nostra maledizione…”
“Le voglio raccontare com’è andata… io ero un bambino, vivevo a Napoli e manco sapevo dove fosse Torino: sapevo solo che era un luogo lontano. Una mattina ho sentito gli strilloni gridare: ‘È accaduta una tragedia! È accaduta una tragedia! È morto il Grande Torino!’ E io non capivo. Il Grande Torino? Perché Grande? Non capivo…”
Smette di raccontare, raccoglie le idee e poi prosegue.
“Le voglio raccontare che ho fatto una cosa da mariuolo… ho rubato una copia del giornale ad uno strillone e mi sono nascosto a leggere. Da allora il Toro mi sta simpatico… che tragedia, signora… tanti auguri per domani, allora!”
Ci stringiamo la mano, ci salutiamo. Rimango piacevolmente scossa.

DA-DANG-DA-DA-DANG.
“Hey!” Trasalisce.
“Tranquillo, ciccio, è la suoneria del telefono… puoi vedere sul display di chi si tratta, per favore?”
“C’è scritto SAGLIETS.”
“Ah! Bene: scusami per un momento… ciao, tribolazione, grazie per aver messo a posto il drappo Granata… vuoi fare un salto qui?”
Arriva quasi subito. Rapidi convenevoli con mio figlio, si stravacca sul divano. “Allora, Davide, che cosa ne pensi?”
Medita un po’. “Quel drappo… quel drappo mi ricorda la mia prima Maratona…”
“Davvero? E perché?”

Finalmente entriamo alla Sisport: che meraviglia essere parte di questo fiume Granata e fibrillante.
Vedo Chris, lo chiamo, baci, abbracci, foto. Dall’Inghilterra per il Toro. Quasi tutte le domeniche in cui il Toro gioca in quella specie di catino.
Mi presenta il suo amico Scott: anche lui dall’Inghilterra per il Toro. Scott mi racconta che quando era bambino, praticamente ieri (beato lui), dalla TV inglese seguiva la serie A italiana. “Era bellissimo il calcio italiano degli anni ‘90!” Sì, Scott, era bellissimo. Anche il Toro era bellissimo.
Mi racconta soprattutto che già allora aveva capito che la Giuve era qualcosa da evitare: mai sottovalutare la saggezza dei bambini, MAI.
Chiede che gli traduca gli slogan e i canti che poco per volta aumentano di intensità.
Mi sento tanto felice di essere del Toro e di farlo anche parlando in inglese.
Mi sento tanto felice di essere del Toro.

“Perché all’inizio della partita era stato sollevato un grandissimo cuore Granata. Me lo ricordo come se fosse ieri. Sembrava la vela di una strana imbarcazione. Sembrava… sembrava che stesse pulsando. I battiti, però, eravamo noi.”
Sagliets si volta verso di me: “Te l’ho sempre detto: questo ragazzino è molto profondo… complimenti…”
“Complimenti a lui, non a me: io ho solo avuto la fortuna di farlo venire al mondo… comunque grazie, Sagliettauro.” Sorrido. Arriccio perfino il naso per trattenere il pianto.
Si rivolge direttamente a lui: “Davide, che cosa ricordi di quel giorno?”
“Le nuvole grigie, il cuore Granata, la balconata.”
“E com’era finita?”

Mi sento chiamare: “Scusa, tu parli inglese… puoi aiutarmi a capire che cosa dice questo signore?”
Mi presenta un colosso di due metri: viene dalla Norvegia.
“Mi perdoni… ma come mai è qui?” Gli chiedo, consapevole di contravvenire alle convenzionali regole dell’educazione.
Mi racconta che gli piace viaggiare. È già stato a Torino qualche mese fa e si è innamorato della nostra città. Era anche stato a vedere una partita della Giuve ma, al suo ritorno in hotel, il buon portiere notturno gli aveva detto: “Ti spiego: a Torino c’è una sola squadra. Te la voglio raccontare…”
E così il norvegese aveva conosciuto Superga, il Fila, il Toro, ed aveva deciso di tornare.
“Eccomi qui, dunque! E domani c’è il derby!” Mi dice con entusiasmo.
Dea, come sono felice.
Mi viene da ridere… sembra una barzelletta: “C’erano un napoletano, due inglesi e un norvegese…”
Dea, come sono felice.

“Era finita male… ma è passato così tanto tempo che non vale più la pena pensarci e poi… e poi a me non piace soffrire troppo a lungo…” Risponde mio figlio.
Sagliets sorride e si volta verso di me: “È proprio tuo figlio, eh? Non gli piace soffrire troppo a lungo… sono orgoglioso di te, Maga Magò…”
“Anche io di te, tribolazione…”
Mio figlio sta studiando ogni angolo del mio sancta sanctorum e quando si avvede del grande pentacolo che decora il centro dell’ufficio fa un sorriso. “Mamma… un giorno spiegherai anche a me che cos’è la Magia?”
“Non ne hai bisogno…” Gli rispondo.
Sagliets si rivolge di nuovo a lui: “Sai che una volta sono entrato qui di corsa, sono andato a sbattere contro quel leggio e mi sono ritrovato spatasciato per terra, a pancia in su, con quel volume antico sul petto? E tua madre rideva, la sciagurata…”
“Mamma ha sempre avuto uno strano senso dell’umorismo… pensa che una volta, sentendomi arrivare in camera sua, si è nascosta dentro ad un armadio per poi uscirne urlando e brandendo una gruccia… mi ero preso uno spago che non ti dico!!! E lei rideva, rideva, rideva…”

Domenica: giorno di derby.

Luca mi comunica su Facebook di avere sognato che io, Glik e altri eravamo a casa sua. Io avevo dei chiodi di garofano e un bottiglione di liquido arancione.
Intavolo una lunga discussione con Manu e ci riconfermiamo stima, amicizia, affetto.
Scrivo a Davide che ho l’ansia.
Sento la Stefi due volte per telefono.
Guardicchio [testata su cui scrivevo].
Mangiucchio qualcosa.
Vivacchio.
Passano le ore, sembrano minuti: siamo dentro allo stadio.
La Rosy mi presenta Maria: che piacere conoscerla di persona. Chiacchieriamo come se ci conoscessimo da una vita e, essendo del Toro, CI conosciamo da una vita
Mentre manifestiamo la nostra gioia bambina, si avvicina un ragazzo dall’aria smarrita. In un italiano stentato dice: “Io non trovo dove mio posto.”
Gli dico che può parlare in inglese, se vuole. Tira un sospiro di sollievo. Mi racconta di venire dall’Australia. Suo padre è italiano, suo padre è tifoso del Toro, suo padre non viene in Italia da tanto tempo. Mi racconta che suo padre gli ha detto di venire a vedere il Toro e di cercare di non soffrire troppo. Sorrido amaramente, ma sorrido. Lasciamo perdere gli avverbi.
“Forsa Torou!” mi dice prima di dirigersi verso il suo settore. Sì, forza Toro, sempre.

“… però mia mamma piange spesso, sai? Una volta si è commossa per un tramonto in Bretagna, figurati… e avessi visto quando aveva ripreso a suonare la chitarra: una lagna… cioè: se la cavava, eh? Ma c’erano momenti di delirio in cui si chinava sulle corde e le scappava una lacrima… eppure… eppure a me sembra che sorrida sempre. E poi quando ride…”
“Sì, quando ride, lo fa anche con i capelli, vero?”
“Lascia perdere quei capelli, Sagliets… posso chiamarti Sagliets, vero?”
“Certo, ragazzo, certo…”
“Lei ride, ma mai quanto ho riso io quando ho letto i tuoi racconti: quando la facevi volare grazie a quel cespuglio di riccioli… che ridere, Sagliets!”
“Ma dai… tu hai letto i miei racconti?”
“Sì!”
“Posso chiederti che cosa ne pensi?”
“Mi piace leggerti.”
“Ma non ti stufi dopo un po’?”
“No: mi piace leggere. A volte mi dispiaceva arrivare alla fine: avrei voluto che non finissero mai…”
Sagliets ammutolisce.
“Hey, tribolazione… è un bel tipo il mio ‘bambino’, eh?”
“Cavoli… sì.”
Davide continua a guardarsi intorno. Sfoglia i miei vinili: gli sono sempre sembrati oggetti di un mondo tanto lontano e non ha tutti i torti.
“Mamma.”
“Sì, ciccio?”
“Prima stavamo parlando della prima volta in cui sono venuto in Maratona, per quel derby là… ti ricordi che avevamo segnato al primo minuto?”
“Sììììììì!!! E siccome la palla era stata toccata da Bianchi e da Cerci contemporaneamente, sul tabellone avevano scritto che il marcatore era ‘Due del Toro’!”
“E poi, mamma, Marchisio – scusa la brutta parola – si era inciampato ed era stato divorato dal grande Toro che stava sotto la Maratona!”
“E poi, ciccio, era entrato in campo Pulici e aveva segnato tre gol in 3 minuti e 39 secondi!”
“Record, mamma! Record!”
“E poi ti ricordi la voragine, ciccio?”
“Ooooooh, la voragine, sìììì! Ed erano precipitati tutti dentro! Tutti gli strisciati, ovviamente! E allora l’arbitro aveva recitato un rosario, si era pentito per i suoi peccati e ci aveva dato la vittoria a tavolino anche se stavamo già vincendo!”
“E poi era arrivato Capitan Valentino…”
“… si era messo davanti all’arbitro pentito, l’aveva guardato negli occhi, si era tirato su le maniche e…”
“… e poi era andato sotto la Maratona, dove lo aspettavano i suoi compagni di Squadra, e noi eravamo ammutoliti e poi…”
“… e poi li avevamo guardati mentre volavano via in cielo e poi…”
“… e poi era partito quel coro…”
Sagliets ci guarda senza capire.
“Mauretti, noi giochiamo. Ci piace giocare. Solo che facciamo giochi un po’… diversi. Ci piace, in svariati frangenti, immaginare altri universi…”
Rimane immobile e poi… gli spunta un ghigno maligno: “Andate avanti, vi prego: ho come il sospetto che il meglio debba ancora arrivare…”
“Davide, dov’eravamo rimasti?”
“Al coro, mamma!”
“Ti concedo l’onore, ciccio.”
“Vedi, Sagliets, in quel derby in cui accadde di tutto, accadde anche una cosa in più. I tifosi giubbentini, storditi da tutti quegli strani avvenimenti, decisero di approfittare del nostro silenzio per intonare – o meglio: stonare – un coro…”
“Quale, Davide?”
“Oh be’… muovendo le braccia in modo scoordinato e rivolgendosi verso i nostri giocatori si misero a cantare: ‘Come la giuve, voi siete come la giuve, coooooomeeee la giuuuuuve, voi siete come la giuve….’ Ovviamente smisero quasi subito perché noi, ci mettemmo a ridere, TUTTI, a ridere così forte, a ridere così felici, a ridere così sollevati che… le nostre risate li seppellirono e per un attimo ebbero la consapevolezza di essere… banali.”

Cade il silenzio.
Mi alzo, accendo la candela Granata, quella grande, accarezzo la testa di Davide.
Sagliets trattiene il respiro.
Davide riprende la parola. “Nel nostro universo quel mio primo derby era finito male. Ne ricordo ogni singolo momento: ho ereditato anche la memoria da mamma.” Fissa nel vuoto.
“Ciccio, allora non dovresti faticare a ricordarti che cosa ti avevo detto guardando insieme quel grande cuore Granata…” Gli dico sottovoce.
“Non lo dimenticherò mai. Avevi detto che quel cuore non era integro ma era completo. Ti tremava la voce. Come quella volta in cui Chiellini si era inciampato e gli si era incastrato il naso a centrocampo, te ne ricordi?”
“Ovviamente sì… e quella volta in cui…”
I nostri universi alternativi si snocciolano a suon di risate.
Sagliets decide di giocare con noi: “… e quella volta in cui Causio… tu sai chi è Causio, Davide?”
“Ma che domande!!!”
“Scusami… quella volta in cui Causio…”

Il giorno dopo, all’imbrunire.

Forza Toro sempre e… sì: sono devastata.
Ho pianto alla fine della partita e ringrazio Gianni e Paolo per avermi stretta forte.
Ringrazio tanto anche il mio Amico Davide e la Stefi: erano con me e questo bastava a sentire meno freddo.
Ringrazio soprattutto mio figlio che al suo primo derby, coincidente con la sua prima Maratona, ha visto… questa cosa. Lo ringrazio anche per non aver mutato di un solo accento la sua voglia di Toro.
Sono devastata.
Non sono integra, ma mi sento completa e non so quale divinità bestemmiare o ringraziare.
C’è chi non ha più speranze… invidio quelli che hanno perso la speranza: chi non ne ha, non può neppure avere paura.
Io non l’ho persa per cui, dentro di me, c’è spazio anche per la paura.
Oh be’, che provi ad avvicinarsi la paura: sono un osso duro.
Che palle, però… però la mia felicità di essere del Toro è qui, qui in mezzo alla mia cassa toracica. Fa un male bastardo e – non so né come né perché – fa anche bene.
Non so né come né perché e non voglio saperlo.
C’è.

* * * * * * * * * * *

Questa settimana tocca a “Tea for One” (Led Zeppelin, Presence, 1976, ultimo brano dell’album). “Un minuto sembra una vita intera, quando mi sento così”, dice il testo. Quante vite, quante…

TEA FOR ONE

Dedico “Tea for One” a:
– Davide, il mio Amico Davide, che è tornato a casa dopo il derby correndo per ventidue minuti sotto la pioggia;
– alla Stefi che non so come tirare su di morale: aiutatemi voi;
– a Lucia. Hey, Lucia… non avere paura, dammi retta;
– a Micaela e alla sua piccola Letizia che ieri è andata in gita indossando la t-shirt del Toro;
– alla mia Giulia che lunedì, come Letizia, ha scelto di andare a scuola vestita di Granata ed è andata a cercare i suoi compagni gobbetti per mettere subito le cose in chiaro;
– al piccolo Andrea che, come Letizia e Giulia, lunedì ha voluto mettere la maglia di Capitan Valentino;
– al prossimo che viene a dirmi che non ci sono tifosi del Toro fra i bambini e i ragazzini: meglio un bel blues che un pugno sul naso o uno sguardo pieno di disprezzo, no?
Infine dedico “Tea for One” al Quattromaggio perché una solitudine così non si può dire.

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