Quante ore mancano?

Luce e ombra

PI 20121205 pic.jpg“Quante ore mancano, mamma?”

Mi volto a guardarla ed intercetto quegli occhi grandi e azzurrogrigioverdi.

“Quattro ore.”

“Ah. C’è ancora tanto tempo. O forse è poco. Non lo so…”

Ahia: anche nelle sue vene scorre quel sangue che viene influenzato dalle fasi della Luna e dagli accadimenti intorno al Toro.

“Dai, cammina… dobbiamo andare a casa…”

Ferme al semaforo, aspettando il verde, vediamo dall’altro lato della strada il distinto Prof, amabile vicino di casa.

“Quando ci danno il primo rigore contro?” Urla rinunciando all’abituale aplomb.

“Subito dopo il fischio d’inizio, Professore!” Urlo pure io che l’aplomb non so dove stia di casa.

“E subito dopo ne espellono tre dei nostri!”

“Anche quattro!”

È scattato il verde, ci incrociamo in mezzo alla strada, sulle strisce pedonali.

Ci scambiamo ulteriori deliri e, anche se lui va di là e noi andiamo di lì, la direzione in definitiva è la stessa.

Sembriamo i Beatles de no’ antri che attraversano l’Abbey Road de no’ antri e siamo noi altri.

Noi. Altri. Noi. Noi che siamo altro. Noi che siamo altro anche quando non lo siamo. Noi che non vediamo l’ora che ‘sto catso di derby finisca perché l’adrenalina ci ha corroso l’anima,ma essendo la nostra un’anima più immortale delle altre… be’, c’è sempre angolo nuovo da corrodere o – magari – corroborare.

“Quante ore mancano, mamma?”

“Due.”

“Che ansia…”

“Ma no, dai, Giulia… è solo una partita di pallone…”

Non mi piace che usi la parola ‘ansia’: è solo una bimba, è solo una bimba… è solo una bimba e sa descrivere le emozioni con precisione…

“Quante ore mancano, mamma?”

“Poco più di tremilacinquecento.”

“Wow! Mi porti con te?”

“Se te la senti… sì.”

“Se non me la sentissi, non te lo chiederei, mamma!”

Abbiamo appena perso il derby tre (ahia) a zero e lei sta già pensando alla fine di aprile, al derby di ritorno, al suo primo derby allo stadio…

“Hey! Vengo anche io, vero?”

“Volentieri, Davide, volentieri.”

Non ho dormito molto bene nella notte fra sabato e domenica.

Tutta colpa dell’influenza.

Tutta colpa del derby.

Tutta colpa di uno striscione vergognoso (Dea mia, rendi sterili gli imbecilli che non rispettano né vita né morte!).

A dirla tutta è una vita che non dormo molto bene, ma questo è un altro paio di maniche.

Ricordo che una volta non avevo dormito assolutamente per un buon numero di notti e nel corrispondente buon numero di giorni mi ero trascinata per il mondo oscillando come le canne sulle rive di un lago in una valle troppo battuta dal vento.

Mi sembrava che non ci fosse abbastanza aria per respirare, mi sembrava di camminare su gusci d’uovo, mi sembrava di essere sul punto di spezzarmi… ma quelle notti e quei giorni non mi avevano spezzato: avevano solo dato una botta eterna alla beata incoscienza dei miei quindici anni.

Era un sabato, ero andata in campagna: fine settimana lungo, il lunedì sarebbe stato il giorno dell’Immacolata.

Faceva troppo freddo per stare in fondo alla piazza, come di nostra abitudine, ad ascoltare musica con quel registratore scassato che era il ponte che ci univa, vero, Marco?

Ci eravamo rifugiati sotto ai portici, eri entrato nel bar, ne eri uscito con due tazze di cioccolata calda e La Stampa.

Te ne ricordi? Sì, ne abbiamo parlato giusto un mesetto fa… quando abbiamo detto in presenza dei nostri figli: “Una volta noi eravamo il re e la regina della piazza!” e loro ci hanno restituito uno sguardo pieno di punti interrogativi e di… compassione? Oh be’, non importa…

“Perché hai preso il giornale?” Ti avevo chiesto con la voce di chi ritiene essere stata lesa la propria maestà.

“Ho letto una roba…” Eri impallidito.

“Che succede, Marco?”

“Si’, ho letto che…”

“Cosa?”

“Qui…”

Non avevo capito subito dove fosse il qui che tanto ti aveva atterrito, ma poi ero impallidita anche io.

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Dall’archivio de “La Stampa”, edizione del 6 dicembre 1980, pagina 19

Eravamo rimasti zitti a lungo e poi tu avevi rotto il silenzio.

“Per quest’anno può bastare…”

“E se non fosse finita qui?”

“Ma smettila! A forza di leggere Leopardi sei diventata una catastrofista assoluta!”

“Io ho paura…” Ti avevo detto sottovoce.

Non ci piaceva l’idea della morte.

Non ci piaceva l’idea della fine.

Non ci piace neppure adesso, ma allora – a quindici anni – non ci piaceva ancora di più.

Il fine settimana si era fatto cupo, ma la cioccolata calda aveva un po’ ammorbidito gli spigoli nuovi che ci erano improvvisamente spuntati.

Il lunedì sera ero tornata a Torino: che belli i fine settimana lunghi, anche quando erano gelidi.

Il giorno dopo ci aveva svegliato la morte di John Lennon.

Altro che valle tempestata dal vento.

Altro che canne piegate al suolo e a pelo d’acqua.

Era l’Apocalisse.

Non ci eravamo spezzati, no, anzi: avevamo imparato qualcosa di nuovo e terrificante.

Avevamo imparato che da quel momento in poi la vita sarebbe stata una serie di ferite e successive cicatrici, cicatrici incise da un fuoco bastardo, cicatrici da curare e da leggere quando saremmo stati adulti.

“Io ho paura…” Mi avevi detto sottovoce quando ci eravamo poi sentiti per telefono la sera.

Sono passati tanti anni da quei giorni di insonnia e altro si è affacciato sulle nostre strade, nei nostri cuori, sulla nostra pelle, ma quando ci capita di incontrarci è sempre grande l’affetto, è sempre chiudere gli occhi ed essere là in fondo alla piazza con quel registratore scassato, con tutte le speranze improvvisamente gambizzate.

Strano ma vero: continuiamo ad avere sogni, continuiamo a raccogliere cicatrici, continuiamo a scrivere il nostro libro.

Pensavamo che non li avremmo più visti suonare insieme e invece ci hanno fatto un regalo: gran bel concerto quello del 2007, eh? (*)

Hanno voluto aspettare che anche tu diventassi grande e quest’anno, propri nel giorno del tuo compleanno, tu eri al cinema, io pure, e insieme – anche se in città diverse – siamo stati parte del Celebration Day. (**)

Forse è un bene che quando abbiamo freddo facciamo l’unica cosa che porti sollievo: scaldarci.

La prossima volta, però, la cioccolata calda te la offro io…

Peccato che il calcio non ti sia mai interessato, Marco: saresti un ottimo tifoso del Toro.

“Quante ore mancano, mamma?”

“Non lo so.”

“Ma… ma come… tu sai sempre tut…”

“No, io non so mai un cavolo di niente però…”

“Però?”

“Però adesso ho sonno e voglio fare un bel sogno: fallo anche tu, dai…”

La guardo negli occhi, poi guardo anche lui.

Li accompagno nella loro camera tenendoli per mano, do loro la buonanotte, li ascolto chiacchierare fra loro fino a che il silenzio si fa tutt’uno con la notte, vado a guardarli.

Respirano con il ritmo giusto, spensieratezza e dolcezza, soffio un bacio silenzioso verso di loro e vado a coricarmi.

La testa sul cuscino innesca il film del derby appena vissuto, sento salirmi il nervoso nelle vene, quando un pensiero si fa strada dentro di me.

“La maledizione di Maspero è viva e lotta con noi” dice una delle mie voci interiori.

Mi sembra di avere voglia di sorridere.

Poi un altro pensiero: Giulia che, durante la partita, mi chiede se può dire una parolaccia.

“Certo, tesoro, di che cosa si tratta?”

“Me*da. La me*da mi fa schifo.”

Lo dice guardando gli strisciarelli.

“Oddea, se racconto questa cosa chiameranno il Telefono Azzurro…”

Mi metto quasi a ridere.

Lì, con la testa sul cuscino.

Improvvisamente mi rendo conto che l’adrenalina, che credevo esaurita, torna a scorrermi dentro lavando via la sensazione di rabbia e di impotenza, sì: impotenza.

Avrei passato un’altra notte insonne, a quel punto ne sono certa.

Ma a dire tutta la verità… non mi interessa.

Inizio a contare (anzi: inizio a contare di nuovo, ancora una volta, e chi mi ferma?) le ore che ci separano dal prossimo derby e placidamente entro in un sonno sereno e privo di sogni.

Al mio risveglio sono un groviglio di capelli ed emozioni e, onestamente, non potrei desiderare di più.

Il conteggio va avanti e la sofferenza della sera prima si è un po’ allontanata.

Come una canna piegata dal vento non mi sono spezzata neppure questa volta… forse il dicembre del 1980 è ancora vivo dentro di me e, visto che di vita si tratta, ben venga.

Forza Toro sempre, con amore ed amarezza (soprattutto il primo dei due).

* * * * * * * * * * *

Che cosa accadde nel 1980?

Il 25 settembre morì John ‘Bonzo’ Bonham.

Il 4 dicembre i Led Zeppelin annunciarono il loro scioglimento (La Stampa ne diede notizia due giorni dopo, v. trafiletto).

L’8 dicembre Mark Chapman rubò al mondo John Lennon. “Mr. Lennon?” “Yes?” [cinque colpi di pistola]. Chapman: continua a marcire dove sei.

N.B. Il registratore scassato, con cui Marco ed io rendevamo più gioiosa la piazza, esiste ancora: è nell’armadio delle cose preziose insieme con le musicassette, quasi tutte.

* * * * * * * * * * *

Questa settimana tocca a “Instant Karma!” (singolo, 1970, John Lennon): “Be’, tutti noi splendiamo come la luna e le stelle e il sole”… tu continui a splendere, John, sempre di più, sempre di più: grazie.

 INSTANT KARMA!

Dedico “Instant Karma!” a chi non dimentica di avere avuto quindici anni e vive ogni stagione della propria vita assaporando tanto la luce quanto l’ombra.

* * * * * * * * * * *

(*) Il 10 dicembre 2007, a ventisette anni dal loro scioglimento, i Led Zeppelin hanno suonato insieme presso la O2 Arena di Londra. Alla batteria un immenso Jason Bonham, figlio di John Henry ‘Bonzo’ Bonham.

(**) Il 17 ottobre dell’anno in corso ha avuto luogo il Celebration Day: nei cinema di tutto il mondo è stato trasmesso il DVD del concerto di cui sopra. Un ringraziamento speciale a Paolo, Sara e Claudio per avermi accompagnata a vedere i Led Zeppelin al cinema: è stato emozionante oltre ogni immaginazione.

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